Cantele, una storia d’amore e di vini nata da una scelta fatta al contrario

Cantele racconta la storia di una famiglia e dei propri vini, narrando  una vicenda, che a  detta di Paolo Cantele, parla di una storia nata al contrario, in cui tutto è andato diversamente da quello che normalmente ci si aspetta. I nonni negli anni ’50 intrapresero una scelta inusuale per quei tempi: abbandonare il Nord per trasferirsi a Sud, da venditori di vino diventarono produttori e posero nel Salento le radici di una storia che oggi continua a vivere negli occhi e nel lavoro dei loro nipoti. Teresa Manara fu la donna che rapì il cuore del nonno di Paolo e insieme a lui scrisse una storia d’amore intensa, unica, che ha come cornice gli scorci della Puglia. Una delle etichette più rappresentative ha il suo nome, il Teresa Manara Chardonnay,  nato con l’annata del 1999 è un vino, che proprio come la sua musa, riesce a sorprendere, a far innamorare e a scolpire nella memoria.

Dal dopo guerra ad oggi com’è cambiata la vostra cantina?

L’anno di fondazione della cantina è il 1979, grazie a mio nonno, mio padre e mio zio Domenico, anche se già da prima mio nonno Giovanni Battista iniziò la sua avventura nel mondo del vino. Lui era veneto e prima della guerra iniziò a lavorare per un’agenzia che commercializzava vino sfuso, ma con lo scoppio della seconda Guerra mondiale il suo viaggio dovette interrompersi prima del tempo. Una volta arrivato a Imola si fermò lì, dove incontrò l’amore della sua vita, mia nonna Teresa. Nel 1951 lasciarono Imola per trasferirsi a Lecce, in un Salento ben differente da quello che conosciamo oggi, perché in uno dei viaggi di mio nonno, che intanto aveva ricominciato con il suo vecchio lavoro, si portò con sé mia nonna, che quando vide il Salento desiderò viverci. Mio padre si iscrisse alla scuola di enologia di Conegliano, per anni fece esperienza lì, formandosi principalmente nella produzione dei vini bianchi, tanto che negli anni ‘90 eravamo riconosciuti più per questa tipologia piuttosto che per altre, diventando dei pionieri dei vini a bacca bianca in Puglia.

Qual è il segreto per lavorare con fratelli e cugini nel modo più corretto possibile?

Ci sono ben due spiegazioni, la prima è che siamo tutti cresciuti nello stesso palazzo, i nonni erano al primo piano, noi al secondo e i miei zii e cugini al terzo, questo ha creato una coesione eccezionale fra noi. La seconda è da attribuire a mio papà e a mio zio, che hanno fatto un ottimo lavoro nel momento del cambio generazionale. Al nostro arrivo in cantina siamo stati posizionati in ruoli differenti, seguendo le nostre naturali propensioni.  Ogni settimana facciamo la nostra riunione e il nostro punto di forza è l’essere riusciti a darci un’ottima organizzazione.

I tuoi nonni per l’epoca fecero una scelta forte, lasciar il Nord per trasferirsi nel Salento.  Ci pensi mai che da quella decisione è dipesa la vostra storia?

Ci pensiamo spesso e tutti i nostri sacrifici sono rivolti a loro, sapendo tutto quello che hanno dovuto affrontare per realizzare tutto questo. Sentiamo addosso il peso della responsabilità.

Quest’anno con tuo fratello Gianni e i tuoi cugini Umberto e Luisa sono vent’anni che siete alla guida della cantina, che bilancio fai di questa tappa importante?

Sinceramente ci abbiamo pensato poco, sono stati vent’anni estremamente intensi,  soprattutto per me e mio fratello, che pochi anni dopo il nostro arrivo in azienda è venuto a mancare papà, abbiamo lavorato negli anni successivi come se fossimo in apnea.

Teresa Manara è iL nome di tua nonna e della linea più iconica che vi rappresenta, che donna è stata?

Mia nonna era una donna piccolina alta 1.55 e mio nonno un uomo da 1.90, lei era una donna forte, che ha vissuto la Guerra, ha perso un figlio, il gemello di mio zio, che si ammalò di pertosse. Il ricordo che ci lega a lei è lo straordinario amore che aveva per noi, lei era in grado di gestire e supportare la famiglia, partendo da mio nonno. La nostra è una storia al contrario, da Nord a Sud, da imbottigliatori a produttori e vignaioli, la scrittrice Luisa Ruggio ha scritto un libro sulla storia di mia nonna. Mia nonna amava i vini bianchi e mio papà Augusto decise di dedicare a lei il nostro Chardonnay.

Qual è il segreto per mantenere la qualità nonostante gli ampi numeri?

Noi ci consideriamo degli artigiani perché lavoriamo in modo artigianale, fare un grande vino da tre mila o cinque mila bottiglie sottolineo, che è relativamente semplice. Fare ogni anno numeri alti mantenendo uno standard qualitativo alto non è poi così facile. Le vigne che abbiamo in conduzione le conosciamo bene, ogni singolo vigneto, noi siamo al 90% in biologico. Il prossimo obiettivo è ottenere la certificazione, ma stiamo aspettando di convertire completamente tutti i nostri terreni.  Solo nelle annate peggiori usiamo dei prodotti di sintesi che sono meno impattanti di tutto il rame che si utilizza in vigna.

Il mercato italiano ed estero si è ripreso dopo i duri mesi del Covid?

Diciamo “ni”, l’estero è ancora indietro oggi siamo sul 60% export e il 40% nazionale. Gli Usa sono un po’ fermi perché hanno ancora tanti problemi soprattutto lavorando con il settore horeca.  La Puglia ci ha dato una grossa mano, i ristoranti quando hanno riaperto hanno lavorato alla grande. Il 2020 abbiamo chiuso con un 20% in meno che corrispondono a un milione di euro di perdita, una seconda ondata non riusciremo a contenerla. Aspettiamo il Natale 2021, uno dei periodi più importanti dell’anno per il fatturato.

L’enoturismo è sempre più diffuso voi fate accoglienza?

Causa Covid abbiamo seguito delle direttive importanti, che ci hanno ridotto l’incoming. Abbiamo creato in cantina i “Sensi”, un laboratorio di cucina e non solo. Siamo stati felici perché nel 2021 abbiamo ricevuto tante richieste e rivedere le persone ci ha fatto piacere, soprattutto turisti stranieri.

Per te che cosa ti rievoca la Pugliosità?

Essere fieri di appartenere a una terra che per anni è stata considerata la Cenerentola d’Italia, oggi vedo una regione in forte crescita non solo a livello vinicolo. Vedo finalmente una generazione di imprenditori che punta a investire con lungimiranza, anche la ristorazione del Salento è migliorata, una nuova era di chef e imprenditori e questo mi inorgoglisce tanto. Noi siamo la generazione salentina e pugliese e siamo orgogliosi di avere un cognome veneto con i piedi ben pianti in terra di Puglia.

Teresa Manara Chardonnay Igt 2018

Giallo paglierino dagli intensi riflessi dorati. Profumi ammalianti ricordano le note di nocciole tostate, vaniglia, miele, pesche, banana e manciate di fiori freschi gialli si intersecano a un sentore salmastro. Sorso pieno e di gran carattere, un giusto tributo per questa donna così importante, i profumi percepiti al naso si amplificano  al palato, delineando un equilibrio perfetto e una nota ammandorlata si percepisce sul finale, chiudendo su un ricordo destinato a resiste al tempo.

Amativo Igp Salento Primitivo – Negroamaro

Rosso rubino compatto, lo scontro tra questi due vitigni, il Primitivo e il Negroamaro, si rivela un incontro dai risvolti piacevolmente fruttati di: amarena, marmellata di visciole, prugne , datteri, petali di rose rosse, viole, cardamomo, stecche di cannella e note minerali di graffite. Caldo e avvolgente al palato, ben equilibrato, qualche anno in più in bottiglia saprà regalargli un’eleganza senza tempo.

Teresa Manara Salento Igt Negroamaro 2018

Vino rosso rubino brillante, al calice si mostra in tutta la sua personale struttura e complessità , maturando per dodici mesi in barrique di rovere francese. Un intenso bouquet di rose rosse si alterna alle note più fruttate di amarena, frutti di bosco e a sentori terziari di polvere di cacao amaro e foglie di tabacco. Il sorso evidenzia la buona struttura e il vigore di questo vino, che è ben equilibrato e di buona persistenza.

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