Vincenzo Del Monaco, l’artista delle ceramiche che ha reso il piatto uno spazio creativo

Vincenzo Del Monaco è nato a Grottaglie, in provincia di Taranto, il 6 agosto 1981, ha iniziato a familiarizzare con l’arte ceramica e la scultura sin da bambino all’interno della rinomata bottega di famiglia, dove lavora ancora oggi. Il laboratorio ospita la quinta generazione dei Del Monaco, che con l’arrivo di Vincenzo ha modificato il core business, orientandosi verso la ristorazione gourmet. I piatti diventano spazi urbani, dove Vincenzo estrinseca le proprie doti artistiche e le conoscenze acquisite sul campo, per realizzare prodotti unici, frutto di una visione congiunta tra lui e lo chef.
Del Monaco si laurea in architettura a marzo 2006, presso la Scuola di Architettura de La Sapienza di Roma. Nel corso della sua carriera, lavora presso lo Studio Fuksas Associati a Roma, e nel Coophimmelb(l)au Studio a Vienna. Dopo aver ricevuto premi e menzioni in competizioni internazionali, nel 2009 decide di tornare a Grottaglie con un’idea: quella di sperimentare e sviluppare un repertorio nel campo della ceramica artistica basato sulla tradizione dell’artigianato e sui suoi possibili sviluppi futuri nel terzo millennio.

Rappresenta la quinta generazione della sua famiglia, ma con lei le ceramiche hanno subito un’evoluzione che non ci si aspettava, tutto è nato grazie all’incontro con lo chef Andrea Berton?

A dir la verità l’incontro con chef Berton rappresenta l’apertura del sipario nel mio debutto nel mondo della ristorazione gourmet. Nel 2009 sono rientrato dall’Austria con l’intento preciso di trasformare delle forme consuete in qualcosa di nuovo, grazie alla mia formazione nell’arte contemporanea e destrutturata, questo significa essere un artigiano contemporaneo. Questo ha condizionato una sperimentazione e ricerca piuttosto virtuosa, disegnando nuovi concetti. Ho dovuto fare dei cambiamenti e dovermi creare degli spazi nuovi, acquistando dei forni ad alta temperatura che superassero i mille gradi per particolari rivestimenti ceramici. Borgo Egnazia e Masseria Bagnara sono stati i miei primi due clienti, soprattutto con la masseria ho potuto realizzare l’intero arredo delle ceramiche e da qui non mi sono più fermato. Da Masseria Bagnara ho conosciuto chef Berton ed ho capito, che lavorare nella ristorazione stellata, non è solo fare piatti ma supporti che portano avanti un progetto culinario, seguendo le volontà degli chef.

Le collaborazioni con gli chef sono aumentate, la tavola oggi rappresenta il suo spazio creativo?

Si, assolutamente, da poco ho iniziato una collaborazione con un ristorante di carne a Ceglie Messapica, EnoCocus Acini&Carboni, dove sto realizzando l’intero progetto dei piatti, a partire da quello che conterrà la loro tartare fino al dolce. Di solito con gli chef mi confronto per ricevere stimoli, altri mi danno carta bianca.

Come nasce un suo piatto?

Dal confronto con il cliente e ovviamente devo conoscere principalmente il budget per poter offrire tutte le soluzioni possibili. Suggerisco il materiale più giusto in base al ristorante, insieme dobbiamo avere una visione sartoriale del lavoro, che va cucito addosso a entrambi.

Laurea a Roma collaborazioni con studi internazionali e nel 2009 decide di tornare a casa, come mai questa scelta?

Io ho fatto una scelta in qualche modo legata alla mia famiglia, da quando avevo otto anni passavo le mie estati in botteghe, la bottega funge da collante per l’intera comunità è il luogo dove ritrovarsi. La mia famiglia ha da sempre lavorato nel mondo delle ceramiche, avendo una visione culturale più che commerciale. Nei grandi studi dove ho accumulato le mie esperienze i giovani architetti sono degli operai, questi lavori mi hanno dato tanto a livello formativo, ma sono stati devastanti sotto il profilo umano. Ringrazio lo studio di Fuksas per il mio curriculum, ma ne sono uscito provato sotto l’aspetto delle ore lavorative e dello stress fisico a cui ero sottoposto. Avevo dei contenuti da esprimere e li ho messi in campo, mi sono detto ci provo per un anno e se le cose non fossero andate bene avevo già la mia via d’uscita in uno studio d’architettura in Germania. Per fortuna le cose sono andate bene perché per un pugliese come me non sarebbe stato facile vivere lì, non mi sarei sentito gratificato a livello umano.

L’essere pugliese influisce sulle sue scelte artistiche?

Assolutamente si, più che essere pugliese io mi sento un uomo mediterraneo e mi sento legato alle ceramiche a livello sanguigno.

I suoi prossimi progetti dove la porteranno?

I prossimi progetti già ci vedono esporre al Brera Contract, nello showroom di via Foro Bonaparte, in uno dei quartieri più in voga di Milano e un altro progetto, molto ambizioso, porta a espanderci  a Oriente: Singapore, Seul, Hong Kong nei prossimi sei mesi.

Nel suo laboratorio quanti siete a lavorare?

Da sei mesi mi affianca Anna Dalò, una grafica designer, che cura l’immagine social e partecipa anche ad alcune fasi produttive, in totale siamo io, lei e un terzo impiegato, Francesco Quaranta.

Se le dico pugliosità a cosa pensa?

Mi viene in mente la semplicità e l’umiltà.

Photo credits: Diego Mariella

 

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